The bible says what? God repents

written for the Jewish News “bible says what?” column

l’italiano segue l’inglese

The rabbinic notion of teshuvah based on the biblical verb shuv, to (re)turn to God or to turn from evil, is famously a powerful force within Judaism, and is generally translated as “repentance”.

But it is less well known that the noun is not found in bible – instead the verb “nichem” is used to show feeling sorrow, pain or regret – and most frequently it is used to describe God as the individual doing the regretting.

On seeing their wickedness, God regrets having created humanity –and brings the Flood upon the earth. God regrets having made Saul the King after Saul disobeyed orders and kept Agag and the best of his flocks alive, but killed the weak and feeble.

God also repents threats of violence – such as the intention to destroy the Israelites after they built the golden calf, narrowly averted by Moses’ arguments; Or the plague sent after David counted the people which killed many – but was stopped before reaching Jerusalem.  Jeremiah is particularly fond of giving God the chance to repent the evil that is to be brought upon us unless we amend our ways and listen to God’s voice – and the prophets Joel and Amos also remind us that our changing our ways will cause God to regret the severity of the judgments against us and relent.

Bilaam prophesied to Balak that “God is not human, who lie; nor mortal, who might repent: when God has decreed, will God not do it?”, but we see that while the bible necessarily speaks in human language,  God does indeed both repent and relent. It is one of the glories of bible that God, like us, learns to mitigate the immediate powerful reactions, and that we can change God’s mind  – Bilaam’s rhetoric is designed for outsiders, not for those prepared to argue with God and provoke a change of the divine mind.

 

Cosa dice la Bibbia? Dio si pente

La nozione rabbinica di teshuvà, basata sul verbo biblico shuv, (ri)volgersi a Dio ovvero allontanarsi dal male, è notoriamente una forza potente all’interno del giudaismo ed è generalmente tradotta come “pentimento”.

Ma è meno noto che il vocabolo non si trova nella Bibbia, dove invece è il verbo “nichem” a essere usato per mostrare sentimenti di dolore, dolore o rimpianto, e molto spesso è usato per descrivere Dio stesso come il soggetto che rimpiange.

Vedendo la sua malvagità, Dio si rammarica di aver creato l’umanità e porta il Diluvio sulla terra. Dio si rammarica di aver reso Saul re, quando Saul disobbedì agli ordini e mantenne in vita Agag e il migliore dei suoi greggi, uccidendo invece i deboli e i malati.

Dio si pente anche delle minacce di violenza, come l’intenzione di distruggere gli israeliti dopo che costruirono il vitello d’oro, scarsamente distolti dalle argomentazioni di Mosè; oppure della pestilenza inviata dopo che David aveva censito le persone e che uccise molte di loro, ma che fu fermata prima di raggiungere Gerusalemme. A Geremia piace particolarmente dare a Dio la possibilità di pentirsi del male che dovrebbe essere portato su di noi, a meno che non modifichiamo i nostri modi e ascoltiamo la voce di Dio, così, anche i profeti Gioele e Amos ci ricordano che cambiamenti nei nostri modi faranno rimpiangere a Dio la severità delle sentenze contro di noi e lo calmeranno.

Bilaam profetizzò a Balak che “Dio non è umano, che menta; né mortale, che possa pentirsi: quando Dio ha emesso un decreto, Dio non lo porterà a compimento?”, vediamo però che, mentre la Bibbia parla necessariamente nel linguaggio umano, Dio in verità si pente e cede. È una delle glorie della bibbia che Dio, come noi, impari a mitigare le potenti reazioni immediate e che possiamo far cambiare idea a Dio: la retorica di Bilaam è progettata per gli estranei, non per quelli disposti a discutere con Dio e provocare un cambiamento della mente divina.

 

Traduzione dall’inglese di Eva Mangialajo Rantzer

 

 

 

 

 

 

 

 

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