Parashat Beshallach Shabbat Shira

Di rav Sylvia Rothschild, pubblicato il 24 gennaio 2013 e ripubblicato il 3 febbraio 2020

Questa settimana leggeremo la Parashà di Shabbat Beshallach, noto anche come Shabbat Shira, lo Shabbat della cantica, perché contiene al proprio interno una cantica, un componimento eseguito dai sopravvissuti, riconoscenti dopo la fuga dagli egiziani e la traversata del Mar dei Giunchi.

La Parashà Beshallach coincide sempre con la settimana in cui celebriamo Tu B’Shvat, il capodanno degli alberi, un momento in cui tradizionalmente si intende che gli alberi stiano iniziando a svegliarsi dal sonno dell’inverno e la loro linfa stia iniziando a rifluire. Mentre celebriamo questa festività minore, che originariamente era una data di scadenze in ambito fiscale, diventiamo maggiormente consapevoli della natura che ci circonda e che spesso dimentichiamo di notare nella frenesia della nostra vita. Ci sono un certo numero di consuetudini che si sono sviluppate intorno a questa data. Piantare alberi, mangiare frutti specifici della terra di Israele: uva, olive, datteri, fichi e melograni, e alcuni dicono anche carruba o etrog (cedro). Esiste un uso nella tradizione cabalistica di cibarsi di quindici diverse varietà di frutti nel quindicesimo giorno di Shevat, una sorta di estensione della prescrizione di “cinque al giorno”. (L’OMS raccomanda di assumere un numero di cinque porzioni giornaliere di frutta o verdura, n.d.T.)

Esiste anche una tradizione cabalistica di svolgere un Seder in cui i frutti e gli alberi della Terra di Israele ricevono un significato simbolico e dieci diversi frutti e quattro bicchieri di vino vengono consumati per aiutare a completare la creazione del mondo. Mi è sempre piaciuta l’idea del mangiare e bere come buon modo per perfezionare il nostro mondo!

Ma c’è un’altra usanza che è molto antica e collegata a questo fine settimana, in particolare con lo Shabbat Shira, che è quella di dar da mangiare agli uccelli. Questa settimana leggiamo della disperazione che segue l’esaltazione dopo che il popolo ha attraversato il Mar dei Giunchi e gli egiziani non li stanno più inseguendo. Hanno fame e sete. L’acqua che trovano è amara e inadatta a essere bevuta. C’è poco cibo da mangiare. Cominciano a gemere e lamentarsi <<Tutta la comunità dei figli d’Israele mormorò contro Mosè e contro Aronne nel deserto. Dissero loro i figli di Israele: “Fossimo pur morti per mano del Signore, nel paese d’Egitto, seduti presso le marmitte contenenti carne e dove si mangiava pane in abbondanza, mentre (Mosè e Aronne) ci avete condotti  in questo deserto per farci morire di fame, tutto questo popolo.”>> (Esodo 16: 2-3).

Ciò che seguì, naturalmente, fu l’apparizione della Manna e delle quaglie per il loro nutrimento: <<E il Signore disse a Mosè: “Ecco io farò piovere per voi un nutrimento dal cielo, e il popolo uscirà e raccoglierà giorno per giorno quanto gli è necessario, in tal modo Io potrò metterlo alla prova, se egli vuole obbedire alla Mia legge o no. Ma nel giorno sesto della settimana, quando prepareranno ciò che avevano portato dal campo, si troverà doppia razione del raccolto giornaliero.”… … Effettivamente alla sera arrivarono in volo le quaglie e coprirono il campo, e al mattino uno strato di rugiada si stendeva attorno al campo. E evaporato lo strato di rugiada, apparve sopra la superficie del deserto qualcosa di minuto, di granuloso, fine come brina gelata in terra. A tal vista i figli di Israele si chiesero l’un l’altro: “Che cos’è questo?” perché non sapevano che cosa fosse. E Mosè disse loro: “Questo è il pane che il Signore ti ha mandato per cibo. Ecco ciò che ha prescritto il Signore in proposito: ne raccolga ognuno tanto secondo le proprie necessità, un omer a testa, altrettanto ciascuno secondo il numero delle persone coabitanti nella stessa tenda, così ne prenderete. ”>> (Esodo 16: selezionato da v4-v 16)

Ci viene però detto nel midrash che il primo Shabbat dopo che il popolo aveva raccolto la manna, essi uscirono per cercare di raccoglierne un po’ anche quel giorno, nonostante ne avessero ricevuto il doppio della quantità il giorno precedente per non dovere andare a raccoglierne a Shabbat. E Rashi ci dice che c’erano persone che si spingevano ancora oltre nel loro cattivo comportamento: costoro non solo erano andati a raccogliere durante Shabbat, ma avevano precedentemente sparso un po’ della loro manna extra attorno al campo in modo che le persone la trovassero e diffidassero di Mosè e di ciò che Dio stava dicendo. Ma, dice il Midrash, gli uccelli arrivarono la mattina presto e mangiarono tutta la manna sparsa, in modo da proteggere la reputazione sia di Mosè che di Dio, e neanche un po’ di manna fu trovata quando il popolo venne a cercarla a  Shabbat. A causa di questa straordinaria gentilezza, la nostra tradizione è di nutrire gli uccelli, in questo Shabbat soprattutto, per ringraziarli.

C’è una seconda ragione spesso citata per la nostra abitudine di nutrire gli uccelli in particolare in questo Shabbat, e ha a che fare con il nome della sidrà: Shira. Dio che ci ha salvati dagli inseguitori egiziani è lodato nel canto, ma il canto è l’abilità speciale degli uccelli, per cui esiste una tradizione mistica che ci dice che dobbiamo ripagarli per esserci appropriati del loro particolare stile di preghiera. Perciò, diamo loro nutrimento.

Ora, non penso che nessuna di queste storie abbia davvero molto fondamento nella realtà, ma noto che così come la primavera è segnata dall’inizio di Tu B’Shvat, spesso c’è una svolta verso un peggioramento meteorologico, e gli uccelli, sopravvissuti a molte settimane di maltempo e di scarso bottino di risorse, possano farcela, con un piccolo aiuto, e per questo motivo mi sembra una buona cosa da fare: spargere un po’ di becchime o appendere qualche pallina di grasso e sentire che facciamo la nostra parte per far tirare avanti alle popolazioni di uccelli. Le storie ci dicono che stiamo ripagando gli uccelli per i loro atti di gentilezza, ma allo stesso modo in cui questa lezione è importante, altrettanto lo è la lezione di prendersi cura del nostro mondo, semplicemente perché è il nostro mondo, perché siamo co-creatori con Dio su questa terra, perché è nostra responsabilità mantenerla attiva e curarla. La nostra tradizione racconta anche che quando Dio creò i primi esseri umani, Dio li guidò attorno al Giardino dell’Eden e disse: “Guardate le mie opere! Guardate quanto sono belle, quanto sono eccellenti! Fate attenzione a non rovinare o distruggere il Mio mondo, perché se lo farete, non ci sarà nessuno a ripararlo dopo di voi.” (Midrash Rabbà, Commento su Ecclesiaste 7:13)

Traduzione di Eva Mangialajo Rantzer

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